E via che parte la prima rassegna. Questi sono i film che amo…o almeno, quelli che in teoria amerei, se non fossero talvolta una mazzuolata di castronerie degne della serie MASTER OF ERRORS. Ma ora partiamo con…
Ore 17:17 – ‘L’Iguana dalla Lingua di Fuoco’
Già il titolo mi metteva una certa apprensione, specie riguardo alle tematiche…si sa, i film di questo tipo (italian giallos anni 70) già faticano a trovare una storia convincente, figurarsi poi un titolo che c’entri col resto. Ma fa niente.
Sono come sempre posizionato sulla mia fedelissima poltrona basculante, succo di frutta alla mano e schermo selvaggio. Due minuti di film, ed è subito delitto: una giovane donna (cazzo, che novità) viene orrendamente sfigurata con del vetriolo e poi sgozzata con un deciso colpo di rasoio. Al che, sputo immediatamente la prima sorsata di succo ridendo come un tricheco.
No, non sono così cinico. Solo ho realizzato di aver appena visto una bambola di compensato verniciata male con la tintura che le si scrostava dal viso imbesuito, indi un rasoio che si piantava di punta nella gola della sventurata affettandola come cera. Eh beh, certo…in passato, altro che spade, pugnali o stocchi: rasoi da barbiere, appuntiti come non mai. Ma per favore. Non bastava l’effettaccio orripilante della donna finta? Che razza di ceffa.
Vorrei già spegnere, ma decido di proseguire imperterrito. Finalmente cominciano a vedersi i personaggi: l’azione (insomma, per dire…) si svolge in una lussuosissima ambasciata di un’imprecisata città estera, e i protagonisti sembrano una sfilata di bigotti con delle scope nel culo usciti dalla mente di Marina Ripa di Meana. Merda. Che cavolo di film è? Attacco il secondo succo e proseguo con la visione. Cominciano già a girare i primi sospetti, o almeno credo, visto che l’inquadratura continua a fare l’effetto fionda su ogni micragnoso paio di occhiali neri presenti in scena. Al quinto paio di occhiali, e a un passo dal vomito, arriva finalmente l’investigatore: una figura tristissima che tutto potrebbe ricordare tranne un investigatore…un uomo trasandato e macilento, con l’aria del pervertito in astinenza che si fa pizzicare al primo tentativo di approccio e viene scambiato per quello che effettivamente è: un sosia venuto male di Mino Reitano. Costui inizia le indagini…o, per meglio dire, inizia a fare casini vari nella famiglia dell’ambasciatore, il quale è acido peggio del digestivo Brioschi, e poi arriva alla svoltona del film: seduce la bella figlia dell’ambasciatore!
Che colpone di scena, eh?
Intanto i delitti continuano, sempre più insensati, sempre più a casaccio, mentre scopriamo un torbido retroscena sul passato dell’investigatore: durante un interrogatorio, aveva saccagnato di botte il sospettato e questo, dalla disperazione, si era fatto saltare le cervella di fronte a lui. Questo per spiegare il tipo di personaggio. Ma che fosse un pervertito l’avevamo già capito. E avevamo capito anche la sua predisposizione alla cazzata, quando si fa cogliere da brava pera cotta da due lottatori mentre si intrufola nella villa di Brioschi. A questo segue la scena più bella di tutto il film: la ripresa di un’autentica sutura alla testa. Non chiedetemi cosa c’entri, dico solo che senza quella il film è da buttare.
Quindi, non so perché, le riprese si spostano in un paese di montagna, dove Brioschi decolla con il bob facendo un rumore tipo aereo ultrasonico abbattuto. Solo il sonoro di questo film meriterebbe un discorso a parte. Con Brioschi temporaneamente fuori gioco, l’assassino tenta di ucciderne la figlia, ma guai a toccare la donna di Mino Reitano! Quest’ultimo torna a casa e scopre che l’assassino si sta impegnando a uccidere anche la sua di figlia, una ragazzetta perennemente nuda, dopo aver messo fuori combattimento la madre, un’anziana bolsa e rintronata che scimmiottava Miss Marple.
A quel punto, mi cade di mano il succo: scopre l’assassino così, per caso, senza nemmeno volerlo? Allora, non solo lui, ma anche l’assassino è un vero coglione. Tanto per intenderci (si, lo rivelo, tanto anche a saperlo non vi perdete niente), si tratta del figlio di Brioschi, che uccideva perché odiava la famiglia.
Merdola, che movente profondo. Ma non è finita qui: dopo rivela che il colpevole del primo omicidio (quello della bambola scrostata) è lo stesso Brioschi. Così, senza un vero perché, e soprattutto senza un vero come.
Porca padella. E pensare che è pure tratto da un romanzo, A room without door, di Richard Mann. A questo punto, l’unica cosa chiara di questo film è il perché il regista l’abbia firmato sotto pseudonimo.
Twilight